La vita sulla Terra nata dalla collisione con un pianeta simile a Mercurio

collisioneL’ipotesi offre una nuova spiegazione a una questione da lungo tempo dibattuta, e cioè come si sia sviluppata sulla Terra la vita basata sul carbonio.

A dare il “la” alla vita sulla Terra, portando una grande quantità di carbonio, è stata una collisione cosmica fra la Terra e un “embrione” di pianeta simile a Mercurio. E’ la ricostruzione proposta dallo studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience dal gruppo della Rice University Earth di Houston, guidato da Rajdeep Dasgupta. L’ipotesi offre una nuova spiegazione a una questione da lungo tempo dibattuta, e cioè come si sia sviluppata sulla Terra la vita basata sul carbonio, dato che la maggior parte di questo elemento avrebbe dovuto essere evaporato nel primo periodo di vita del pianeta oppure imprigionato nel nucleo terrestre.

Probabile schianto con pianeta simile a Mercurio
La massa del pianeta è composta per un terzo dal cuore, fatto principalmente di ferro, e per gli altri due terzi dal mantello di silicato. La teoria prevede che elementi come carbonio, zolfo, azoto e idrogeno si siano aggiunti dopo la formazione del nucleo terrestre, arrivando in seguito agli impatti di meteoriti e comete, frequentissimi nei primi 100 milioni di anni dopo la nascita del Sistema Solare. Ma vista l’abbondanza di questi elementi, non si aveva notizia di meteoriti noti in grado produrre un tale effetto. “La nostra ipotesi – conclude Dasgupta – è che un pianeta simile a Mercurio, con un nucleo già formato e ricco di silicio, sia entrato in collisione con la Terra e sia stato assorbito dal nostro pianeta: il suo nucleo si è fuso con quello terrestre e il suo mantello, ricco di carbonio, si è invece fuso con il mantello terrestre”.

Il nucleo della Terra è più giovane del pianeta: ha soltanto un miliardo e mezzo di anni

Stando agli scienziati dell’università di Liverpool il cuore del nostro mondo sarà in grado di generare un campo magnetico ancora per molto tempo
struttura-terraIl nucleo della Terra ha appena 1,5 miliardi di anni, ossia un terzo degli anni del resto del pianeta. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, si deve al gruppo di ricerca dell’università britannica di Liverpool coordinato da Andrew Biggin. La buona notizia, rilevano i ricercatori, è un nucleo così giovane potrà continuare a generare ancora a lungo il campo magnetico che, come uno scudo, difende il pianeta dalle più pericolose radiazioni solari. Dalla struttura simile a quella di una “cipolla”, la Terra è fatta di strati concentrici composti da materiali con caratteristiche diverse. Al centro esiste una sfera metallica solida, grande all’incirca come Plutone, avvolta da uno strato liquido fatto principalmente di ferro e nichel. La parte solida, il nucleo interno, è una struttura piuttosto recente, che si è formata gradualmente “cristallizzandosi” e generando, come una enorme dinamo, un campo magnetico capace di proteggere il pianeta del vento solare.

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Scoperto il pianeta roccioso più vicino alla Terra: si trova a 21 anni luce di distanza

HD219134bSi chiama HD 219134b e ruota intorno ad una stella della costellazione di Cassiopea

La Terra ha un nuovo “vicino di casa”, un vero “duro” che si riscalda facilmente: si chiama HD 219134b, ed è il pianeta roccioso più vicino scoperto finora, a soli 21 anni luce da noi. Ha un raggio pari a 1,6 volte quello terrestre e ruota intorno ad una stella della costellazione di Cassiopea che è leggermente più fredda e piccola del nostro Sole: per farlo ci impiega appena tre giorni, il che rende la sua temperatura incandescente e inospitale per la vita. La scoperta, ora in via di pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, si deve ad un gruppo internazionale che comprende molti ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dell’Università di Padova.

Usato il telescopio spaziale Spitzer della Nasa – Il pianeta è stato individuato ”grazie al miglior ‘cacciatore’ di pianeti attualmente disponibile a Terra, lo strumento Harps-N, montato sul nostro Telescopio Nazionale Galileo (Tng) nell’isola di La Palma alle Canarie”, come spiega lo stesso direttore del Tng, Emilio Molinari. Per migliorare la potenza di fuoco nell’osservazione, è stato usato anche un altro strumento senza rivali nel suo campo: il telescopio spaziale Spitzer della Nasa, che lavora nelle lunghezze d’onda infrarosse al di fuori delle sorgenti di disturbo presenti nella nostra atmosfera.

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